The Social – Il prezzo della verità – Il cinema liberal di Aaron Sorkin│Recensione

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Data di pubblicazione: 15/10/2026

Partiamo subito dall’elefante nella stanza: The Social Reckoning (titolo originale del film, che useremo da qui in avanti in luogo della sua ridicola versione italiana) non è un film all’altezza di The Social Network, e il paragone non aiuta ad analizzare il nuovo film di Aaron Sorkin per ciò che è.

Questo l’ha capito forse anche la distribuzione, che non ha insistito più di tanto sull’ingombrante eredità dell’opera di David Fincher del 2010 (che vedeva lo stesso Sorkin come sceneggiatore e Jesse Eisenberg nei panni di un giovane Mark Zuckerberg, ora interpretato da Jeremy Strong), ma ha probabilmente fallito a trovare una strada efficace per vendere il film, che si avvia dunque verso un inesorabile flop commerciale.

 

Era un’altra epoca, Donald Trump non aveva ancora infestato la politica globale, Facebook era ancora relativamente una novità, Whatsapp aveva appena un anno di vita e Instagram sarebbe stato lanciato cinque giorni dopo l’uscita del film nelle sale statunitensi. Non esistevano né i reel né le stories. In molti, almeno al di qua dell’oceano, non avevano ancora una chiara opinione su Mark Zuckerberg.

Fa impressione osservare quanto il mondo sia cambiato in questi sedici anni, e The Social Reckoning, ricostruendo l’inchiesta ad opera di Jeff Horwitz del Wall Street Journal (nel film interpretato da Jeremy Allen White), punta con decisione il dito verso precise scelte del colosso di Zuckerberg (che nel frattempo Whatsapp e Instagram se li è mangiati a colazione) per la deriva pericolosa e polarizzante dei tempi che stiamo vivendo. Chissà… quando gli storici rileggeranno questi anni, individueranno la scelta di Facebook di favorire le “Meaningful Social Interactions” con il proprio algoritmo come un momento chiave per fomentare il crescente odio social(e) nelle democrazie occidentali?

Questa è la tesi di The Social Reckoning, che lo è, un film a tesi, e non è che in questo ci sia qualcosa di sbagliato a priori: per rimanere a tempi recenti basti guardare Il caso Spotlight. A sostegno dell’assunto, nel film c’è una meravigliosa Mikey Madison nei panni della whistleblower Frances Haugen, una dipendente di Facebook delusa e spaventata dalle scelte senza scrupoli con cui la sua compagnia sta indirizzando l’intera società.

Nonostante la poco ispirata gimcana temporale tra il 2019, anno di inizio dell’inchiesta di Horwitz, e il gennaio 2021, quando la preparazione di Zuckerberg per un’udienza di fronte al Congresso venne interrotta dal tentato golpe di Capitol Hill, il film riesce a trovare una sua quadra, che come sempre nel cinema di Sorkin ruota intorno all’uso brillante della parola.

 

Se sono i dialoghi stessi a indirizzarci verso il modello inarrivato e inarrivabile di questo cinema di inchiesta e di impegno civile, ovvero il capolavoro Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula, pare che Sorkin guardi anche in un’altra direzione, ovvero verso il cinema liberal di Stanley Kramer (Il processo ai Chicago Seven non è forse il suo …e l’uomo creò Satana! ?).

Un cinema popolare, dallo stile piano, con grandi cast – Madison dimostra dopo Anora di avere nel sangue i tempi della commedia, Jeremy Strong fa un lavoro sopraffino, evocando dal suo passato diegetico i fantasmi di Succession e del Roy Cohn di The Apprentice – e sceneggiature solidissime. Se all’epoca di Kramer erano la regola, oggi sono gradite eccezioni, e pochi sono in grado di scriverle oltre a Sorkin stesso. Un cinema incentrato su tematiche politiche e sociali di attualità, senza paura di schierarsi «dalla parte giusta».

Un approccio forse anche ingenuo, ma animato da una fiducia commovente, che con il senno di poi possiamo ormai definire novecentesca.
Resta però un punto cruciale: è questo un linguaggio ancora adeguato, oggi, per leggere il contemporaneo?

Voto: 6,5

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