Quei bravi ragazzi – Karen o la vertigine del potere
Data di pubblicazione: 16/11/2025
Nel cinema di Martin Scorsese gli uomini parlano, si muovono, dominano lo spazio: gangster, predicatori, broker, poliziotti. Eppure, in Quei bravi ragazzi (Goodfellas, 1990), tratto da Il delitto paga bene (Wiseguy, 1986) di Nicholas Pileggi, c’è un occhio che osserva senza possedere: quello di Karen Hill. La sua presenza non interrompe la storia di Henry, ma la rilegge, la sente pulsare in modo diverso.
Guardare il film dal suo punto di vista significa respirare il fascino e l’ansia del mondo criminale, sentire la vertigine di un potere che si consuma da dentro, tra ambizione e condanna. Lorraine Bracco ha raccontato di essersi sentita sola in mezzo a tanti uomini su quel set, dove ogni parola, ogni immagine, doveva essere conquistata. Eppure, nel suo personaggio, Karen, si insinua una forza: la consapevolezza di chi vede e sente tutto, e talvolta vorrebbe fuggire.
«Io voglio lasciarlo» ripeteva l’attrice, ma il regista la guidava verso una verità più complessa: la tensione tra fascinazione e paura, tra desiderio e prigionia, che definisce il cuore del film.

Il doppio racconto
All’inizio, Henry Hill racconta il suo mondo: la vita da malavitoso come epopea, come danza sul filo della trasgressione. Poi la voce di Karen emerge, improvvisa e precisa, come un’eco che mette a fuoco un altro orizzonte. La narrazione cambia registro: non più solo mito maschile, ma punto di osservazione femminile, intimo, inquieto.
Lo sguardo si sposta sulle persone governate e protette dai “bravi ragazzi”, il volto dell’opulenza rubata, lo specchio grottesco del peccato. Scorsese sembra dire che il gangster non è solo ciò che appare: il potere ha un rumore, un odore, una temperatura che solo chi lo osserva dall’interno può percepire. Vivendo il sogno come un incubo, Karen diventa il filtro emotivo del racconto: la tensione tra seduzione e terrore, tra controllo e vulnerabilità.

Lo sguardo sedotto
Il piano sequenza dell’ingresso al Copacabana è la prova più chiara di questa soggettività femminile. Henry guida Karen attraverso corridoi illuminati, e la macchina da presa scivola con loro. Ma è lei a segnare il ritmo: i suoi occhi ci portano dentro il mondo del potere, catturati dalla fluidità, dall’ordine, dalla magia apparente di quel microcosmo.
Laura Mulvey scriveva che il cinema classico relegava la donna al ruolo di oggetto.
Qui, per un istante, Karen è soggetto desiderante: osserva, sente, brama. Ma poi la seduzione si trasforma in vertigine, e la cinepresa insegue il suo smarrimento quando scopre le infedeltà di Henry o impugna la pistola nel loro letto. La macchina da presa diventa corpo di Karen, fragile e vulnerabile, mentre il mondo maschile crolla attorno a lei.
Una figura liminale
Karen vive tra due mondi: il domestico e il criminale, il desiderio e la paura, la fascinazione e la violenza. La sua voce fuori campo è ironica, malinconica, consapevole: «Quando le mogli dei gangster si riunivano, parlavano solo di vestiti, gioielli, operazioni al naso». È un piccolo gesto, un commento lieve, ma rivela una delle anime di Quei bravi ragazzi: dietro il glamour, il vuoto, la tensione psicologica e la claustrofobia sono inesorabili. Bracco ricordava come Karen fosse intrappolata, pur percependo tutto.
È liminale, sospesa: spettatrice e vittima, privilegiata testimone di un crollo morale che altri non vedono. In questo senso, anticipa figure femminili successive di Scorsese, da Ginger in Casinò (Casino, 1995) a Mary in The Irishman (2019) senza dimenticare Mollie in Killers of the Flower Moon (2023): donne che osservano il disfacimento maschile con occhi lucidi, a volte impietosi.

La donna che guarda
Se Henry domina lo spazio, Karen lo interpreta emotivamente.
La cinepresa le concede sequenze rare e preziose, dove il suo sguardo pesa più di qualsiasi dialogo, come quando vede l’uomo picchiare a sangue il ragazzo della casa di fronte che l’aveva umiliata. «So che ci sono donne che si sarebbero tirate indietro non appena il loro fidanzato gli avesse dato una pistola da nascondere. Io non lo feci. Devo essere sincera: mi eccitava».
In quel delicatissimo momento l’attenzione si sposta sul volto di lei: la paura, il desiderio, la fascinazione si condensano in un silenzio. Bracco ricordava come il regista la spingesse a una verità emotiva nuda e intensa: il suo desiderio di fuga, il suo terrore, la sua lucidità. La tensione tra fascinazione e consapevolezza diventa il nucleo del film: Henry narra l’ascesa e la caduta come epopea personale, Karen la percepisce come tragedia morale.
E quella che lei nasconde è forse la stessa pistola che rivolterà contro di lui per reagire al tradimento.

I volti della vertigine
Alla fine, la voce di Karen si ritira, viene inglobata, riassorbita. Ma il suo sguardo resta inciso nel film, tra pause e gesti, in quei silenzi che parlano più forte di un colpo sparato a un piede. Raymond Bellour osservava che il cinema si gioca nella tensione tra chi guarda e chi è guardato.
In Quei bravi ragazzi Henry guarda per dominare, Karen per comprendere. E anche se nel finale entrambi cadranno vittime di una dipendenza che sarà la loro rovina, la differenza tra le due prospettive è sottile e devastante: il film non è solo storia di gangster, ma mappa invisibile del prezzo del potere. Karen Hill non è la semplice moglie di un criminale, è la coscienza emotiva dell’universo che la circonda, un occhio che vede la vertigine e la paga, che sente la musica del potere e il rumore della sua caduta.
In lei, il film ritrova la sua profondità più umana, quella che trascende la narrazione maschile e lascia nello spettatore un dolore difficile a spiegarsi.
Alessandro Amato
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