Oltre Omero: storia, mito e colpa nell’Odissea di Nolan

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Data di pubblicazione: 21/07/2026

Spesso si va al cinema con aspettative molto alte, restando delusi dopo la proiezione; ebbene, non è il caso (almeno a parere dell’autore) dell’Odissea di Christopher Nolan, film atteso sin dal suo annuncio per la materia trattata: la rilettura del poema omerico da parte di un abile costruttore di mondi cinematografici.

Un aggettivo per definire questo film? “Epico” calzerebbe a pennello.
Ma è necessario scrivere due righe di approfondimento per illustrare la bontà del lavoro di Nolan e di chi lo ha aiutato nel realizzare questa opera mastodontica.

Usciti dalla sala, si può essere ragionevolmente soddisfatti per aver assistito a un intenso spettacolo cinematografico della durata di quasi tre ore che sono volate via, merito di un ottimo lavoro di “taglia e cuci” del materiale di partenza. Nolan ha espunto alcuni episodi del poema omerico, ne ha aggiunti altri partoriti dal suo ingegno o presi (come si vedrà) da altre opere, imbastendo tuttavia una trama asciutta, coerente e appassionante, incentrata sugli esseri umani più che sulle divinità che spesso plasmano le vicende umane nell’epica omerica.

 

L’eleganza e la forza delle immagini del cinema nolaniano sono note e non è il caso di soffermarsi su questo aspetto in questa sede, se non per lodarne rapidamente lo sforzo produttivo gigantesco, ancora legato a un modo di fare cinema artigianale; a chi scrive interessa invece concentrarsi sull’interpretazione che Nolan ha dato del poema omerico, mostrando come l’Odissea sia un classico perché (in quanto tale) è sempre attuale ed ha sempre qualcosa da dirci, anche a distanza di quasi tremila anni dalla sua composizione.

Innanzitutto è inevitabile pensare al precedente lavoro di Nolan, Oppenheimer (come ha anche sottolineato Emanuele Antolini nella sua recensione), e di ciò che ha in comune con questo suo ultimo film: la figura del protagonista. È in verità un collegamento abbastanza elementare ma merita di essere richiamato all’attenzione del pubblico e dei lettori. Sia Oppenheimer sia Ulisse sono “distruttori di mondi” a causa delle loro “invenzioni”, rispettivamente la bomba atomica e il cavallo di Troia, che alterano inevitabilmente gli equilibri del mondo in cui vivono. Condiviso dai due personaggi è anche il senso di colpa: nel caso dello scienziato per aver aperto l’era del terrore nucleare; nel caso del re di Itaca per aver distrutto una civiltà.

Proprio a proposito dello stratagemma concepito da Ulisse per permettere ai Greci di sconfiggere i troiani, è doveroso aprire una parentesi sulla società e sulla storia greca d’epoca antica. Per quanto riguarda la società, grande importanza rivestiva la xenìa, il sacro dovere di accogliere lo straniero, vero e proprio istituto giuridico e religioso, non semplice atto di gentilezza. In quanto ospite, chi chiedeva accoglienza era sotto la protezione di Zeus e per questo andava aiutato, pena la collera divina, prevedendo anche uno scambio di doni tra ospite e padrone di casa. Soprattutto, come lo stesso Omero ricorda (e una scena simili è presente nel film), dietro un povero mendicante potrebbe celarsi un dio che mette alla prova il comportamento degli esseri umani: a maggior ragione bisogna ben rispettare chi si presenta alla propria porta.

Se a ben vedere la trama dell’Odissea, l’istituto della xenìa viene più volte disonorato (emblematico è il caso di Polifemo che apertamente lo ignora, finendo col mangiare alcuni suoi ospiti), nel film di Nolan l’inganno del cavallo diventa la distorsione massima di questo codice e quindi diventa maggiormente comprensibile il senso di colpa di Ulisse, non solo perché il cavallo da lui progettato ha permesso la conquista di Troia, espugnata con la violenza e crudeltà verso la popolazione e gli dei, ma anche perché esso viene presentato come un dono di congedo dei greci in (apparente) ritirata dalla città, un’offerta votiva alla dea Atena che non può essere rifiutata (anche se non tutti i troiani sono concordi sull’accettarlo) nel quadro del codice di comportamento tipico della xenìa.

In realtà, il cavallo è strumento di morte ed è il simbolo della violazione dell’ordine costituito dal quale nulla di buono può derivare, come testimoniano i travagliati ritorni a casa di molti eroi greci, dopo il conflitto: non solo Ulisse, ma anche ad esempio Agamennone (Benny Safdie, cupa personificazione del dio della guerra, avente come unico obiettivo la vittoria a ogni costo), assassinato dalla moglie Clitennestra.

 

A questo punto bisogna inoltre ricordare lo sviluppo della storia greca all’epoca delle vicende narrate da Omero: la guerra di Troia, avvenuta nel XII secolo a.C., sarebbe stata il culmine dell’Età del bronzo (citata da Ulisse nel film, evidente anacronismo), l’apice del regno miceneo, a cui seguì poi una fase di regressione e arretratezza nota col nome di “Medioevo ellenico” o “Dark ages”, durata circa quattro secoli, di cui abbiamo solo testimonianze archeologiche.

Parte della storiografia moderna (a partire dall’archeologo statunitense Eric Cline che ne ha parlato nel suo saggio 1177 a.C.) attribuisce questo cambiamento a una serie di lotte, sconvolgimenti sociali e politici legati a un complesso fenomeno migratorio che riguardava i cosiddetti “popoli del mare”, tra cui ci sarebbero anche i greci vincitori a Troia o parte di essi a giudicare dalle fonti egizie del periodo, che parlano anche di “Eqwesh” e “Deneyn”, probabilmente Achei e Danai, stando alla somiglianza dei nomi. A oggi non v’è ancora certezza sulla loro reale identità e sul loro status.

I greci sono così dipinti, nel film come reduci di guerra ormai avvelenati dalla violenza che hanno perpetrato a Troia, incapaci di agire secondo norme di comportamento accettabili e di reinserirsi nel tessuto sociale da loro stessi distrutto e quindi dediti solo alla guerra e alla razzia. Nel racconto se ne fa menzione più di una volta, a partire da Menelao (interpretato da Jon Bernthal) che, tornato a Sparta con Elena (Lupita Nyong’o), vive un’esistenza grigia nell’attesa dell’invasione di questi barbari.

Il regista britannico, a dispetto delle critiche affrettate, dimostra quindi una buona conoscenza della storia e della cultura greca, nonché del mito, essendoci nel film personaggi ed episodi che non sono narrati nell’Odissea, ma in altre opere del ciclo troiano e non solo: si pensi a Sinone (Elliot Page), guerriero greco che si fa prendere come prigioniero dai Troiani allo scopo di indurre loro a portare il cavallo all’interno della città, citato nell’Eneide di Virgilio e nella Divina Commedia dantesca.

Anche l’uccisione della sacerdotessa di Atena (Zendaya, che figura principalmente proprio nel ruolo della dea, manifestazione dello stress post traumatico di Ulisse) nel tempio sacro alla divinità, durante il saccheggio di Troia, ricorda un episodio raccontato in un poema minore del ciclo troiano intitolato Iliupersis (“La caduta di Ilio”), andato perduto e noto da riassunti d’epoca romana: la violenza subita dalla principessa troiana Cassandra per mano del greco Aiace dopo averla strappata con forza dall’altare.

Neppure l’esilio che Ulisse deve affrontare dopo lo sterminio dei proci è un’infedeltà al mito, ma una variante dello stesso attestata in autori greci quali Plutarco e Apollodoro, dove addirittura l’allontanamento da Itaca sarebbe stato decretato da Neottolemo, figlio di Achille, chiamato a giudicare la strage dei pretendenti di Penelope.

 

Detto questo, va ricordata una cosa fondamentale: è legittimo andare al cinema e sperare in un adattamento conforme all’opera letteraria; è altrettanto legittimo muovere critiche a Nolan per le sue scelte artistiche, ricordando tuttavia che stiamo parlando di un film, un’opera di finzione col suo regista che ha facoltà di scegliere cosa mostrare e come in base alla sua visione e alla sua volontà creativa. Polemiche sull’armatura di Agamennone (peraltro funzionale al racconto) ed Elena nera hanno una rilevanza del tutto secondaria nell’analisi del film.

Che poi, a ben vedere, chi si aspetta solo persone bianche in un film ispirato ai poemi omerici, potrebbe rimanere spiazzato dal fatto che un’opera del ciclo troiano andata perduta, l’Etiopide, raccontava la partecipazione alla guerra troiana degli Etiopi e del loro capo Memnone, schierati coi padroni di casa: “etiope”, nell’antica Grecia, era un termine riferito agli abitanti dell’Africa subsahariana, regione estrema del mondo allora conosciuto.

In chiusura, il ritorno al presente: come scritto in precedenza, l’Odissea è un classico perché parla anche a noi, di noi stessi e del nostro presente. Col suo adattamento Nolan ci ammonisce: la caduta di Troia è stata il punto di non ritorno, la fine di un’epoca causata anche dalla violazione di norme diplomatiche condivise da popoli diversi e talvolta nemici; pensando all’attualità, dove ci porterà il disprezzo del diritto internazionale?

Quando viene meno il rispetto della legge, affiorano inciviltà e barbarie che rischiano di distruggere il mondo in cui viviamo. Ulisse e la sua storia sono lì a ricordarcelo.

Marco Batelli

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