Al progredire della notte – Ora aprite quella porta│Recensione
Data di pubblicazione: 25/09/2025
Esistono porte che non dovrebbero mai essere aperte, segnali emessi da strani e oscuri dispositivi che sarebbe meglio lasciare inascoltati. La forza del buon cinema di genere (horror) sta proprio nel rappresentare queste dinamiche con modalità magnetiche e insinuanti, seducenti come un gatto nero che ci fa le fusa: prima cattura il nostro sguardo, poi ci guida, quasi controvoglia, a tendere la mano verso un’inevitabile e pericolosa carezza.
In questo, Al progredire della notte, secondo lungometraggio scritto e diretto da Davide Montecchi, sembra aver appreso con attenzione le lezioni tramandate dai grandi maestri dell’orrore.
Claudia (Lilly Englert) è la protagonista: eburnea, fragile, sospesa in scenari urbani di ascendenza (dario)argentiana quali stazioni vuote, centri cittadini immersi in ombre profonde e strade avvolte dalla nebbia. La ragazza raggiunge la provincia per partecipare a un corso di sopravvivenza di pochi giorni e tentare così di trovare la determinazione che le manca.
Il trailer di Al progredire della notte
Claudia piomba nel ferrarese – senza finestre che ridono – spinta da Ludovico, entità che conosciamo solo come voce telefonica oscillante tra life coaching, manipolazione ipnotica e ambigui risvolti interpersonali. Durante il suo soggiorno, la giovane sceglie di pernottare presso Letizia (notevole la prova di Lucia Vasini), una signora di mezza età che la conduce nella propria dimora immersa nel bosco. È qui che l’anfitriona la introduce alla pratica della Metafonia, rituale esoterico che consente di comunicare con luoghi altri, popolati da spiriti e presunti angeli. Da questo momento in poi, la protagonista attraverserà le soglie del sogno (o incubo, per meglio dire) fino ad affrontare incontri sinistri e a intravedere, forse, sé stessa in fondo alla tana del Bianconiglio.
In apertura si accennava all’eredità lasciata dai maestri dell’horror: Al progredire della notte, in questo senso, è uno spartito orchestrato con cura e passione, che sfrutta al massimo un setting sinistro e una fotografia certosina (i tagli di luce, le composizioni spezzate e i movimenti della mdp di Fabrizio Pasqualetto meritano menzione).
Montecchi costruisce un discorso che esplora maternità (Rosemary, bussa se ci sei), coscienza di sé e autoaffermazione, intrecciandoli con suggestioni occulte, atmosfere luciferine, incubi analogici intrisi di glitch e disturbi psicofisici, oltre a porte pronte per essere varcate da ambo i lati.
Il soggetto è sostanzialmente funzionale nel condurre lo spettatore lungo un percorso di ansia progressiva – sorretto dall’ottimo montaggio di Matteo Santi – alternando momenti di inquietudine dilatata a picchi orrorifici ben calibrati. La sceneggiatura, tuttavia, è forse meno efficace: Montecchi avrebbe potuto osare di più, spingendo con maggiore decisione sull’acceleratore. La sensazione al termine della visione è infatti quella di una “pancia piena a metà”: dopo aver assistito all’ingresso di Claudia nel mondo delle ombre e al suo confronto (anche) con gli orrori tangibili del reale, resta l’idea che il film – nel suo dipanarsi e alla conclusione – avrebbe potuto spingersi oltre, sia in termini di disturbo, sia di efferatezza.
L’innesco, preparato con accuratezza, fa sì che la miccia si consumi a dovere ma l’esplosione non ha la forza che ci si potrebbe aspettare.

Limiti che dipendono forse anche dal budget ridotto (250 mila euro), riscontrabili in un cast numericamente ultra-contenuto e non sempre impeccabile (Englert, pur brava, inciampa talvolta in eccessi e battute a vuoto) e nella quasi totale assenza di effetti pratici, che non sarebbero certo risultati estranei all’immaginario evocato – quasi metafonicamente – da Montecchi.
Dopo Al progredire della notte, resta il desiderio che l’autore emiliano-romagnolo possa esprimere la propria visione con maggior forza, economica ed espressiva, aprendo, si spera, nuove porte su abissi di oscurità.
Voto: 7
Articoli simili
La recensione di The Social - Il prezzo della verità di Aaron Sorkin, film-inchiesta sul ruolo attivo di Facebook nel fomentare l'odio sociale.
Recensione di Alphabet Lane, esordio alla regia di James Litchfield in concorso al Torino Underground Cinefest.
La recensione di Regan, film di Panos Katsimperis in concorso al Torino Underground Cinefest 2026.
La recensione di Off the hook!, film di Alfie Watson-Brown presentato nella sezione cortometraggi del Torino Underground Cinefest 2026.
La recensione di Her Private Hell di Nicholas Winding Refn: un horror visionario tra neon, nebbia e crisi della figura maschile.
Una riflessione su Resident Evil di Zach Cregger e sul rapporto tra spazio fisico e spazio digitale rappresentato nel film.
La recensione di Resident Evil di Zach Cregger, tredicesimo adattamento cinematografico dalla fortunata saga videoludica di Capcom.
Recensione di DAU, il nuovo film di Ilya Khrzhanovsky in concorso alla Mostra del cinema di Venezia.
Recensione di Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte, il nuovo film di Jane Schoenbrun che riflette sul cinema horror.
Recensione di Manhunt, thriller che parte da un fatto di cronaca e indaga la mascolinità tossica con precise scelte poetiche e politiche.










