Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte – Finalmente l’orgasmo│Recensione

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Data di pubblicazione: 20/08/2026

L’uscita al cinema di Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte è stata accompagnata da un’attesa non comune per una regista come Jane Schoenbrun, che ha all’attivo solamente un successo web-underground, Ho visto la TV brillare, arrivato in Italia direttamente in streaming. Le ragioni alla base di tale attesa possono collocarsi su più piani: dal rinnovato interesse per il genere horror allo sguardo personalissimo di Schoenbrun, fino all’etichetta di “film da festival” — in concorso nella sezione Un Certain Regard a Cannes e distribuito da MUBI — che Camp Miasma: Adolescenza, Sesso e Morte sembra rispettare.

C’è però anche una ragione forse più sottile, che risiede nell’attrazione feticistica per un passato mai vissuto che questo slasher sui generis affronta. Schoenbrun compie una sorta di viaggio allucinato dentro un mondo che concepiva il cinema anche come puro intrattenimento, ma che proprio attraverso questo consumo era capace di generare sottoculture identitarie, spesso di nicchia, costruite intorno al piacere di un’esperienza percepita come proibita (pensiamoci: oggi tutto ciò avviene?).

Il film di Schoenbrun riflette così sul cinema come luogo di memorie da attraversare per comprendere qualcosa in più del nostro sguardo, di come quest’ultimo sia mutato con le immagini che abbiamo assorbito e del perché continuiamo a essere attratti da un passato che ci appare migliore di un presente mutilato da un consumo usa e getta. Basti pensare, banalmente, a come un tempo i film si possedevano concretamente (oggi l’home video è una nicchia ristrettissima), come occupavano uno spazio nelle nostre case e come potevano essere toccati, prestati, consumati o semplicemente noleggiati.

Non è un caso, allora, che la protagonista riveda su supporto fisico uno dei film della saga di cui è chiamata a realizzare il reboot.

 

Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte prosegue così la riflessione di Schoenbrun sul rapporto tra media e realtà. Se nel film precedente era la televisione a fungere da dispositivo attraverso cui interrogare l’identità e il tessuto sociale, qui è invece il cinema in tutte le sue forme a occupare il centro della scena. Ma il passaggio da un medium all’altro comporta anche un cambio di prospettiva: l’immagine non è più soltanto qualcosa attraverso cui riconoscersi, bensì una memoria da riportare in vita aggiornandola alle istanze contemporanee. Il finto slasher del passato non rimane confinato sullo schermo, ma invade progressivamente la realtà, trasformando il reboot stesso in un confronto con le immagini che abbiamo ereditato e con il desiderio, forse impossibile, di tornare a viverle nello stesso modo in cui furono vissute da chi ci ha preceduto.

Al tempo stesso, in una vertigine metacinematografica a volte un po’ ridondante, Camp Miasma: Adolescenza, Sesso e Morte va nella direzione di una riflessione sulla sessualità della protagonista, alter ego della stessa Schoenbrun. Il film suggerisce infatti come il sesso, nell’immaginario dell’horror, sia indissolubilmente legato alla morte – non a caso il killer si chiama “Little Death”, evidente riferimento alla petite mort, ossia all’orgasmo – e come questa associazione finisca per influenzare la percezione stessa dell’intimità. Se si sta al gioco, dunque, Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte è piuttosto godibile, vista la sua capacità di non risultare pedante nei confronti dello spettatore, evitando perciò qualsiasi predica cattedratica volta a esporre una delle tesi alla base del film. Inoltre, anche il contrasto generazionale tra la protagonista del film e la vecchia star del cinema horror che la nostra regista è andata a conoscere verte in una direzione precisa: il cinema horror è “flesh and blood”, lontano quindi da qualsiasi etichetta “elevated” che ne appesantisce i connotati del genere.

È piuttosto il genere stesso, nella sua apparente semplicità, a farsi veicolo di una riflessione sulle istanze sociali, culturali e politiche del tempo in cui nasce. Basti pensare a illustri predecessori come Non aprite quella porta, Halloween, Venerdì 13 o Sleepaway Camp — questi ultimi due riferimenti dichiarati per Schoenbrun —, film che portano impressi nelle proprie immagini e nella loro fisicità il riflesso dell’epoca che li ha generati.

C’è alla base di Camp Miasma un senso costante di desiderio di scoperta sessuale e cinematografica e perciò di ricondurre lo spettatore alle origini del genere — in entrambi i sensi — che talvolta prevarica il film stesso, cadendo in un tranello intellettuale un po’ troppo cerebrale nella sua vertigine “meta” che però rappresenta anche il prezzo della sua ambizione.

Non resta allora che aspettare di scoprire cosa ci attenda sul fondo del lago del cinema di Jane Schoenbrun.

Voto: 7.5

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