Hokum – La stanza proibita del trauma│Recensione

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Data di pubblicazione: 03/08/2026

È un protagonista piuttosto sgradevole quello di Hokum, il nuovo horror di Damian McCarthy. Ed è proprio questo uno dei suoi aspetti più interessanti: lo spettatore è costretto a condividere il punto di vista di un uomo meschino e sgarbato, di quelli che si vorrebbero vedere uscire di scena dopo pochi minuti. Il crescente fastidio che suscita procede di pari passo con la sua lenta discesa nell’inconscio, un territorio stratificato attorno a un trauma mai elaborato, dove continuano ad abitare i demoni di un’infanzia atroce.

Così, la storia di uno scrittore afflitto da un blocco creativo che si rifugia nell’albergo dove i genitori trascorsero la luna di miele si trasforma progressivamente in una lunga seduta di autoanalisi, costruita per livelli come una matrioska, in cui ogni bambola ne contiene un’altra e ogni strato custodisce un nuovo segreto. Nei film di McCarthy l’orrore, dunque, non è mai dato da un elemento sovrannaturale, anche se di primo acchito potrebbe sembrare, ma da una dimensione intima, privata che si manifesta poi sull’intera struttura narrativa del film.

Accadeva già in Oddity – di gran lunga più riuscito di Hokum – e si ripete anche qui, dove il regista conferma un uso dello spazio ormai riconoscibile come cifra autoriale. A un ambiente inizialmente aperto e attraversabile subentra infatti un progressivo restringimento del campo, fino a rinchiudere il protagonista in una vera e propria cella mentale e fisica.

 

Il punto di riferimento è un capolavoro del genere horror, Shining di Stanley Kubrick a cui McCarthy guarda con reverenza senza però cercare di esserne una sbiadita copia, rielaborando invece il film secondo le proprie esigenze poetiche. Se nell’Overlook Hotel kubrickiano lo spazio finisce per amplificare la follia di Jack Torrance fino a condurlo all’autodistruzione, l’albergo di Hokum assume invece i contorni di un luogo iniziatico, quasi terapeutico, che costringe il protagonista ad attraversare il proprio trauma per potersene finalmente liberare. Anche qui l’elaborazione di un lutto conduce lo scrittore in una lenta discesa verso un mondo altro, dove il viaggio non coincide con la perdita della ragione ma con una progressiva presa di coscienza di sé, dello spazio e delle sue generalità identitarie.

Non è un caso che il protagonista accolga inizialmente con sospetto e sufficienza il folklore irlandese per poi lasciarsene lentamente permeare, come se il mutamento del suo sguardo coincidesse con l’abbandono dell’identità che fino a quel momento aveva costruito attorno al trauma. Per McCarthy la conoscenza passa attraverso il corpo, perciò appare inevitabile che la presa di coscienza del protagonista richieda un sacrificio fisico, quasi un rito di passaggio indispensabile per accedere a un’altra dimensione.

Eppure, proprio quando questo percorso sembra aver trovato un approdo definitivo, il finale interviene a ribaltarne le coordinate, insinuando il dubbio che quanto visto possa essere stato altro da ciò che appariva.

Voto: 6.5

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