La sposa! – Io preferirei di no│ Recensione
Data di pubblicazione: 13/03/2026
Il prologo de La sposa!, secondo lungometraggio di Maggie Gyllenhaal, è una sorta di manifesto d’intenti dell’opera: un film che desidera essere audace, di rottura, quasi sovversivo, riuscendoci però solo a sprazzi.
Mary Shelley racconta al pubblico di come, a causa del tumore che la uccise, non sia riuscita a dare una forma pienamente soddisfacente al suo Frankenstein; or, The Modern Prometheus; ce lo dice guardandoci in faccia, rompendo la quarta parete con forza dirompente e promettendo che la nuova storia, quella che sta per arrivare sullo schermo, sarà totalizzante, spaventosa e definitiva.
Here comes the mother f*cking bride!
.

È così che la scrittrice londinese prende possesso del corpo di Ida, giovane amante (e vittima) di Vito Lupino, boss malavitoso della Chicago anni ’30. Dopo la possessione e la morte arriva la rinascita rivoltosa, passionale e anarchica di quella che diventa la promessa sposa di un – non troppo mostruoso – Frankenstein’s monster, pupazzo di carne sopravvissuto per cento anni alla morte del suo creatore e ora in cerca di contatto (non) umano e amore.
Gyllenhaal confeziona un pastiche postmoderno – talvolta fertile, talvolta confuso – colmo di riferimenti classici, da Herman Melville ai cult del cinema della vecchia e New Hollywood, insieme a una miscellanea disorganica di colori, ritmo e denuncia sociale. Le sue tre donne (Mary Shelley, Ida e la sposa) sono interpretate dalla stessa attrice, Jessie Buckley, in una performance solida e ispirata, capace di dare piena voce a un personaggio (la moglie di Frankenstein) che in precedenza era muto, collaterale, innocuo. L’attrice irlandese e la scrittura del suo personaggio sono, a tutti gli effetti, il motore preponderante dell’opera.
Ne esce una Bella Baxter 2.0, donna-icona che denuncia le violenze patite dalle donne della Storia per colpa di sistemi maschilisti e violenti; suffragetta mostruosa e bellissima, fieramente femminista e rivoltosa, la cui catchphrase è la melvilliana “io preferirei di no”, affermazione-mantra ripetuta come un ringhio sommesso per liberarsi da ruoli, schemi, aspettative e imposizioni legate al genere.

Ma se l’intento propulsivo e concettuale dell’opera è lodevole, così come buona parte della sceneggiatura, il contraltare è rappresentato da un soggetto sovraccarico, oltre che da personaggi e performance attoriali fiacche come quelle di Christian Bale, Peter Sarsgaard e Penélope Cruz. Il tono e l’efficacia della messa in scena, inoltre, sono ondivaghi, a tratti grossolani e poco credibili: Gyllenhaal promette, arma il dispositivo, ma poi non riesce a mantenere ritmo e interesse per tutti i 126 minuti di durata della pellicola.
Il risultato finale è quindi quello di un’operazione concettualmente meritoria, ambiziosa nella forma e nello script, ma che eccede nella prepotenza espressiva, caricandosi di troppi temi e simboli che finiscono spesso per essere enucleati in maniera leggera o, peggio, incompiuta.
Come nel suo prologo, Maggie Gyllenhaal promette uno sguardo definitivo sul mito e sul corpo della sposa, ma finisce per consegnare un’opera rarefatta che resta sospesa tra intuizione e compimento. La creatura prende vita, urla, si dibatte e si ribella, gode in autonomia del proprio corpo e della propria mente, ma il film che la anima non riesce mai davvero a trasfigurarsi nel magnifico mostro che dovrebbe essere.
Voto: 5.5
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