Predator: Killer dei Killer – Il vuoto si plasma in adrenalina│ Recensione
Data di pubblicazione: 23/07/2025
Va’ avanti tra le stelle e cerca solo le prede più forti.
Saranno il tuo trofeo.
Diventa il killer dei killer.
La legge dettata dal Codice degli Youtja che apre l’ultima (aspettando Badlands) produzione del franchise multimediale di Predator è piuttosto chiara: in ciò che andremo a vedere non ci sarà spazio per allegorie socio-politiche, intrecci complessi o personaggi particolarmente approfonditi. Qui si va a caccia di adrenalina e teste strappate, esattamente come i capitoli precedenti della saga avevano teorizzato fra alti e – molti – bassi.
Sulla falsariga del buon Prey (2022), Predator: Killer dei Killer mette in scena le battute di caccia di tre predatori alieni intenti a trovare altrettanti guerrieri umani capaci di tenere loro testa. Si tratta di una Berserkr dell’anno 841 in cerca di vendetta, di due fratelli dell’epoca Edo giapponese divisi da indole e stile di combattimento (uno è un samurai, l’altro un ninja) e di un giovane latino dell’esercito americano durante la seconda guerra mondiale.
I loro incontri con i cacciatori youtja dal sangue verde fluo confluiranno in un epilogo che determinerà il cacciatore supremo.

Siamo onesti: le primissime battute di Predator: Killer dei Killer potrebbero (sottolineiamo, “potrebbero”) risultare difficoltose, o quantomeno stranianti. Il prologo dedicato alla vendetta della vichinga Ursa, del figlio Anders e del loro esercito di razziatori è infatti caratterizzato da un colpo d’occhio (apparentemente) povero. L’assenza di animazioni complesse e soprattutto il look grafico – dominato da corpi 3D che sembrano carenti in polimeri e illuminati da tagli di luce non mirabolanti – fanno sì che i personaggi del film d’animazione prodotto da 20th Century Studio sembrino usciti dalla cutscene di un videogame anni ’00.
Eppure, dopo pochi minuti di – scarni – dialoghi e flashback utili a costruire la backstory di Ursa, Predator: Killer dei Killer si apre come il bouquet di un buon vino lasciato a ossigenare. L’occhio si abitua allo stile grafico e l’azione diventa preponderante – accompagnata da animazioni di livello e combattimenti intensi ed estremamente espliciti – come nella migliore tradizione della specie youtja, che non lesina in termini di smembramenti e colonne vertebrali sfilate dai loro alloggiamenti di carne.
La natura episodica e tripartita del film si ripete senza particolari sobbalzi in tutti i capitoli che, con lievi e logiche modifiche, si dipanano nel loro svolgimento, confluendo poi nella comune destinazione finale. Come nel suo precedente Prey, il regista Dan Trachtenberg guida i suoi protagonisti – disneyanamente inclusivi in etnia e genere, con buona pace dei detrattori – in archi narrativi esili e asciutti, lasciando il predominio all’idea di azione e combattimento, proprio come promettono i titoli dei tre episodi, “Lo scudo”, “La spada”, “Il proiettile”.

Se il primo Predator del 1987 “faceva il verso” al machismo ottuso e becero degli action anni ’80, le produzioni successive cercarono di proseguire in maniera sghemba un discorso costruito sul nulla.
Appena 3 anni fa Prey aveva dato un impulso di svolta, quantomeno dal punto di vista stilistico e di qualità produttiva. Predator: Killer dei Killer agisce in coerenza, smarcandosi dall’etichetta di “filler”, dimostrando come sia possibile – con un po’ di visione – plasmare della sana adrenalina dal vuoto cosmico.
Voto: 7
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