Sirat – Verso la fine del mondo │Recensione
Data di pubblicazione: 14/01/2026
Un suono potente, ritmato, si staglia contro delle pareti di roccia rossa che circondano un deserto al confine del mondo. Un luogo arcaico dove un popolo di reietti balla per connettersi con il proprio dolore in grado di rappresentare una forma di libertà collettiva. Qui, un padre è alla ricerca della figlia scomparsa da cinque mesi. Il suo cammino è disperato e lacerato da una ferita profonda e sconosciuta.
Il viaggio fisico assume ben presto i connotati di un percorso spirituale volto a cauterizzare con il dolore di uno shock da LSD la sensazione di impotenza rispetto a un mondo che non ci è dato modo di controllare.
Sirat di Oliver Laxe – premio della giuria al Festival di Cannes 2025 – è un film profondamente ancorato alla visione esoterica della vita del suo regista, talmente interessato alla ricerca di una libertà spirituale da inseguirla in ogni immagine messa in scena. Il détour verso un rave nel deserto della Mauritania richiama le radici di un racconto western figlio però di un senso di conquista ultraterreno. Come un Sentieri selvaggi di John Ford che segue la disperazione di Vite Vendute di Henri-Georges Clouzot, dove lo scontro impari tra uomo e natura deflagra in un gioco al massacro fin troppo controllato nella scrittura.

Dal ballo spirituale tra corpi in connessione fra loro in cui “La musica si balla e non si ascolta” si passa a un film in cui il ricatto emotivo invece è predominante per arrivare laddove Laxe ci vuole portare: percorrere il Sirat, ovvero quel ponte affilato come una lama che conduce dall’inferno al paradiso.
Il senso però di liberazione a fine visione nonché a fine mondo appare artificioso, posto forzatamente sui binari di un treno che non ammette scappatoie.
È interessante però rilevare come il film con il passare dei minuti muova da uno studio dell’ambiente accomunabile al “cinema del reale” a una messa in scena sempre più ferocemente spettrale con i corpi non più “conquistatori” del paesaggio ma parti integranti del paesaggio stesso. I volti sono scavati dalla fatica, dal dolore e da un sole accecante che sembra essere l’occhio di un dio che guarda la disperazione tragica e umanissima dei propri figli.
D’altronde in Sirat la terza guerra mondiale è la realtà e noi ne facciamo, forse, già parte.
Voto: 7
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