Una battaglia dopo l’altra – La rivoluzione è una lotta spietata tra futuro e passato│ Recensione
Data di pubblicazione: 27/09/2025
Confine tra Stati Uniti e Messico. Notte.
Un gruppo rivoluzionario noto come French 75 dà il via a un’operazione all’interno di un centro di detenzione per migranti, prendendo in ostaggio gli agenti per liberare i prigionieri in attesa di processo. Mentre Pat “Ghetto” Calhoun (Leonardo DiCaprio) crea un diversivo con degli esplosivi, la sua compagna – e leader del gruppo – Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor) rintraccia il comandante della base, il colonnello Steven J. Lockjaw (Sean Penn), e lo umilia sessualmente prima di scortarlo fuori dal complesso.
Così si apre Una battaglia dopo l’altra, decimo lungometraggio di Paul Thomas Anderson, a quattro anni dallo splendido Licorice Pizza. L’incipit introduce fin da subito lo spettatore alla dimensione tematica del film, ma soprattutto ne rivela l’anima d’azione.
Quest’ultimo aspetto potrà sorprendere i conoscitori del regista californiano; ciò che invece non è una novità è la fonte letteraria da cui il film è tratto. Dopo Vizio di forma, Anderson torna infatti a sceneggiare un’opera di Thomas Pynchon, Vineland, adattandola in maniera molto libera. Se in Vineland l’ambientazione era l’America post-reaganiana, qui ci troviamo nei primi due decenni degli anni 2000: ma quanto è davvero cambiato, e quanto è rimasto immutato? Il Paese è sempre più diviso, le disuguaglianze sono aumentate – uno scenario ancor più favorevole al proliferare di moti rivoluzionari.
Tuttavia, non tutte le rivoluzioni vanno a buon fine. Lo sa bene Bob Ferguson – il nuovo nome di copertura di Pat – che, sedici anni dopo i fasti sovversivi, vive in una condizione paranoica, in uno stato di perenne obnubilamento e nostalgia rivoluzionaria. Si è ritirato in un paesino sperduto insieme alla figlia adolescente, Willa (una straordinaria Chase Infiniti), che cerca disperatamente di proteggere dai pericoli del presente e anche da quelli del passato, poiché il colonnello Lockjaw si è messo sulle loro tracce.

La novità è che Una battaglia dopo l’altra rappresenta non solo l’opera più comica di Paul Thomas Anderson, ma anche la più adrenalinica e quella con il budget più elevato della sua carriera. A detta dello stesso regista, fin dalla visione di Prima di mezzanotte ha sempre desiderato realizzare un film che fosse un punto d’incontro tra più generi.
Il risultato è una prima ora esplosiva e frenetica e un finale appassionato e movimentato, intervallati da una sezione centrale dominata dall’interpretazione di un sempre formidabile Leonardo DiCaprio, in un registro che sfiora lo slapstick, e dall’ingresso di personaggi secondari memorabili, come da tradizione andersoniana. È il caso del sensei di Willa – nonché leader di una comunità clandestina messicana – Sergio St. Carlos, interpretato magistralmente da Benicio Del Toro.
Per questo nuovo approdo al genere, Anderson punta sulla maestosità del formato VistaVision, accompagnato dalla suggestiva fotografia di Michael Bauman (curata anche personalmente dal regista, come già in Licorice Pizza), da una colonna sonora onnipresente e martellante firmata dall’immancabile Jonny Greenwood, e da un montaggio pressante e serrato a cura di Andy Jurgensen.

Non siamo abituati a vedere Paul Thomas Anderson cimentarsi con questo tipo di formula cinematografica — che, naturalmente, mette in scena in modo sublime, come sempre — ma Una battaglia dopo l’altra conserva molti dei temi ricorrenti della sua poetica.
A partire da un protagonista in una condizione di isolamento, probabilmente più solo di quanto lui stesso immagini, passando per il trauma dell’abbandono e per il peso del passato, che inevitabilmente si ripercuote sul presente. E, soprattutto, il fulcro rimane quello delle relazioni interpersonali con individui che, in modo diretto o indiretto, fanno parte di un nucleo familiare.
Come spesso accade nella filmografia del regista californiano, le colpe dei padri – biologici o putativi che siano – finiscono per ricadere sui figli, anche in chiave metaforica, come riflesso della società, in particolare di quella americana. Willa non deve solo fare i conti con l’assenza della madre e con un padre tanto paranoico quanto disadattato, ma probabilmente dovrà anche tentare di cambiare una società ancora più polarizzata, cinica, spietata, radicalizzata e ingiusta di quella che i suoi genitori sognavano di sovvertire.

L’occhio del regista, infatti, non esita a soffermarsi sullo stato attuale delle cose: da un lato, migranti che sognano un futuro migliore ma si ritrovano reclusi in centri di detenzione o costretti a una vita clandestina; dall’altro, un establishment WASP sempre più privilegiato, razzista, xenofobo e ultraconservatore, che si raduna in circoletti segreti dai nomi di dubbio gusto.
A queste logge massoniche aspira ad appartenere anche il colonnello Lockjaw (Sean Penn offre una delle sue migliori interpretazioni degli ultimi anni), figura patetica più per il suo bisogno di accettazione – sessuale e sociale – che per il machismo che incarna. E questo lo sa bene Perfidia Beverly Hills, che in quanto donna militante è a conoscenza del potere della sessualità come strumento per ribaltare e riorganizzare le dinamiche del potere.
La vita di Bob Ferguson, dal canto suo, è tutt’altro che rosea: passare da attivista esperto di esplosivi a sopravvivere sul divano tra marijuana, alcol e nostalgia ideologica (la citazione a La battaglia di Algeri è una chicca) sfiora il fallimento esistenziale – tanto più che il mondo non è certo migliorato grazie all’azione della French 75.

Una battaglia dopo l’altra rappresenta un nuovo tassello nella narrazione visiva di Anderson, popolata ancora una volta — che si tratti di protagonisti o antagonisti — da figure ai margini, spezzate, sconfitte in partenza dalla propria esistenza, i cui desideri si infrangono contro i meccanismi ineluttabili del destino. Ma non sono altro che personaggi generati da un sistema capitalistico feroce e compulsivo, che li sfrutta senza esitazione, li mastica senza pietà e infine li sputa via senza alcun rimorso.
Tuttavia, ciò che rimane alla fine della visione è qualcosa che raramente ha trovato spazio nella filmografia di Paul Thomas Anderson – con la sola eccezione di Ubriaco d’amore: una tenue forma di ottimismo, che sembra suggerire che, nonostante tutto sembri già scritto, nonostante le difficoltà estreme, l’ideale di cambiare in meglio la realtà che ci circonda non è un relitto di un mondo passato. Sembra dirci che, alla fine, salvezza – e umanità – esistono solo in ciò in cui crediamo, finché avremo la forza di lottare per esso, una battaglia dopo l’altra.
Voto: 9
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