Intervista al TOHorror: biodiversità festivaliera a rischio
Data di pubblicazione: 11/11/2025
Il 26 ottobre si è conclusa la venticinquesima edizione del TOHorror Fantastic Film Fest, una delle istituzioni festivaliere più punk del panorama italiano, che — come ricorda lo stesso Massimiliano Supporta, direttore artistico, nella presentazione del festival:
“Ci voleva una certa dose di immaginazione e di follia a pensare che un festival totalmente indipendente, e in buona parte autofinanziato, potesse raggiungere le venticinque edizioni. Ma folli lo siamo sempre stati.”
Per una settimana il Cinema Massimo si è riempito degli oltre quattromila spettatori di uno degli appuntamenti più anarchici e multidisciplinari dell’ecosistema cinefilo torinese, che si è aperto con il restauro in 4K di The Descent, presentato dal regista Neil Marshall, e ha proposto una retrospettiva dedicata ai viaggi nel tempo, oltre al debutto del Fantasofà, un “salotto da molotov” dove tra una proiezione e l’altra si sono alternati panel, talk, eventi off e masterclass.

Serata d’apertura del 25° TOHorror Fantastic Film Fest con Neil Marshall.
Nel corso degli anni il TOHorror ha scoperto e portato in anteprima italiana opere come Red Rooms di Pascal Plante, Saint Maud di Rose Glass, The Sadness di Rob Jabbaz, Skinamarink di Kyle Edward Ball, Eight Eyes di Austin Jennings, Abruptio di Evan Marlowe, Amulet di Romola Garai, One Cut of the Dead di Shinichiro Ueda, We’re All Going to the World’s Fair di Jane Schoenbrun, Voidcaller di Nils Alatalo, Mad Heidi di Johannes Hartmann e Sandro Klopfstein e molti altri.
Evento multidisciplinare per natura, il festival dell’orrore e del fantastico di Torino parte dal cinema ma non si ferma al cinema: attraversa musica, fumetto, illustrazione, letteratura e arti visive per analizzare la realtà attraverso la lente deformante della cultura del fantastico. Negli anni ha ospitato nomi come Robert Morgan, Dave McKean, Richard Stanley, Jean Rollin, Dario Argento, Ruggero Deodato, Hélène Cattet & Bruno Forzani, Miguel Ángel Martín, Klaus Maeck e André Bonzel.

Dalla sinistra: Matteo Pennacchia e Massimiliano Supporta durante la serata di apertura del 25° TOHorror Fantastic Film Fest.
Sfruttando la ricorrenza abbiamo incontrato Massimiliano Supporta e Matteo Pennacchia, direttore organizzativo e co-responsabile della selezione lungometraggi, per scoprire cosa significhi oggi organizzare un festival indipendente — un piccolo miracolo di resistenza culturale dentro una città che ama definirsi “capitale del cinema”, ma dove la sopravvivenza dell’ecosistema cinefilo non è affatto scontata — e per ripercorrere insieme il senso e la portata di questa venticinquesima edizione.
Com’è andata la venticinquesima edizione del TOHorror Fantastic Film Fest?
Fabrizio Cassandro (da qui F.C.) La prima domanda è d’obbligo, è noiosa, è scontata, però com’è andato questo venticinquesimo TOHorror Fantastic Film Fest?
Matteo Pennacchia (da qui M.P.) È andato come da previsione, cioè in linea con le ultime due edizioni, a livello di numeri: più o meno presenze e incassi sono stati confermati. È un ottimo risultato, non siamo delusi dal fatto che non ci sia stato un incremento di pubblico. Confermare i numeri degli ultimi due anni, con le risorse che abbiamo in questo momento, è più che soddisfacente.
Con quanto abbiamo a disposizione attualmente, è probabile che questo tipo di risultati sia il meglio a cui possiamo ambire. E lo dico ponendo l’accento sul fatto che le risorse di cui disponiamo attualmente sono totalmente insufficienti a rendere il Festival sostenibile.
Il TOHorror ha un budget ridicolo di circa 28.000 €: troppo poco budget, troppo poco sostegno, troppa poca collaborazione da parte di chi avrebbe la possibilità di preservare soggetti culturali che in questo momento sono fragili.
E non parlo solo del TOHorror, ma anche di molti altri soggetti culturali indipendenti.
Le difficoltà di fare un festival indipendente a Torino oggi
F.C. Faccio seguito alla difficoltà che sento trasparire dalla tua risposta e aggiungo che durante l’apertura del festival che ha preceduto il restauro in 4K di The Descent con Neil Marshall in sala c’è stata anche una critica abbastanza diretta, e mi sento di dire atipica durante l’apertura di un Festival al Cinema Massimo, che chiaramente palesava un po’ questa difficoltà.
Dall’altra parte invece trovo molto interessante sentire la necessità, all’interno di una risposta di questo tipo, di citare le altre realtà culturali e cinematografiche torinesi. Mi sembra vedere che con i molti altri festival indipendenti a Torino ci sia una certa comunione di intenti e comunione di situazioni.
Cosa è mancato, che supporto non avete sentito da parte di qualche istituzione e se è cambiato qualcosa, visto che comunque ci sono stati cambiamenti negli ultimi due o tre anni all’interno del panorama culturale torinese?

Massimiliano Supporta durante uno degli incontri al Fantasofà.
Massimiliano Supporta (da qui M.S.) Noi stiamo abituati a fare da soli, lo facciamo da troppi anni per aver bisogno di altri, ma abbiamo bisogno di altri – di soggetti terzi – quando vogliamo superare il limite. Chiaramente, come diceva Matteo, con le risorse che abbiamo facciamo un festival che ci pare funzionare, però se vogliamo oltrepassare il livello attuale (ambizione di cui vediamo la potenzialità) a questo punto abbiamo necessariamente bisogno di supporto esterno da parte di terzi – e penso che di soggetti terzi che si mettano al servizio della cultura ne abbia bisogno l’intera scena culturale torinese.
Qui mi ricollego al fatto che noi parliamo al plurale perché, quando trattiamo argomenti simili, ovviamente ci esprimiamo a titolo personale ma non ci importa che questa riflessione sia solo nostra, che le istanze (economiche e non) che poniamo restino solo entre nous: siamo in compagnia di un gruppo di altri festival che aggiungono cultura a questa città, che aggiungono un modo diverso di vivere il cinema, e questa è la cosa importante da salvaguardare. Ci mancano un sacco di cose: ma ce le prenderemo insieme agli altri.
M.P. La manifestazione del disagio che proviamo, e che abbiamo esternato durante le serate di apertura e di chiusura, si rende necessaria per tanti motivi concreti.
Partendo a monte: Torino, nelle sue esternazioni istituzionali, fa spesso vanto di essere “la città del cinema”, e ovviamente ci sono i festival del Museo del Cinema (TFF, Lovers e CinemAmbiente) che valgono molto, sotto questo profilo. Ma i festival del Museo sono solo tre. A Torino la biodiversità festivaliera è assai ricca e siamo noi piccoli “comprimari” a sostenere la baracca; senza di noi, senza il nostro lavoro che in questo momento non viene riconosciuto o, peggio, viene dato per scontato, Torino non potrebbe fregiarsi di essere l’unicum che effettivamente è su scala nazionale, la città in cui ogni mese si svolge un festival diverso, in cui le sale si riempiono…
Su questa base, troviamo abbastanza assurdo che il Comune di Torino non finanzi né dia neanche qualche tipo di agevolazione, collaborazione o sostegno mediatico o organizzativo ai festival
indipendenti. A questo si aggiungono i ritardi della Regione nel saldare i bandi vinti da altri festival indipendenti: noi per scelta non partecipiamo ai bandi della Regione proprio per non rischiare di finire nella situazione in cui sono trovati colleghi che si sono dovuti indebitare con le banche per anticipare spese destinate a essere coperte da contributi regionali che ancora, in certi casi da anni, non si vedono all’orizzonte: noi per scelta non partecipiamo ai bandi, ma altri festival si sono dovuti indebitare perché i soldi della regione sono in ritardo anche di due anni.
Parlando di TOHorror, l’unico ente territoriale che ci dà un contributo, e che ringraziamo enormemente perché negli ultimi tempi ci ha permesso di costruire ulteriormente attorno allo scheletro già ben solido del Festival, è la Fondazione CRT.

Alcune delle firme degli ospiti di questa edizione del TOHorror Fantastic Film Fest.
M.S. Che però è un soggetto privato.
M.P. Al di là del discorso pubblico/privato, in entrambe le sfere di competenza probabilmente in questo momento, tolti alcuni piccoli aiuti, non si sta facendo quanto si dovrebbe e potrebbe per sostenere un presidio culturale che a Torino è fondamentale: i festival cinematografici indipendenti.
Detto questo, come diceva Max, l’espressione della frustrazione e del disagio è, o spererei che fosse, collettiva: negli ultimi mesi, con tutti i festival indipendenti torinesi, abbiamo provato finalmente a cercare di fare rete davvero, senza che fare rete fosse solo un modo di dire ripetuto a vuoto, a vanvera, mentre in sostanza dietro le belle parole propositive si consuma da anni lo stesso modello fatto di circoletti, rapporti di convenienza, compromessi con il potere. In questo momento c’è bisogno di altro, di un’unione di intenti, di una coscienza di classe (se posso permettermi di usare il termine) che non rimanga solamente sul piano culturale ma riesca a sfondare determinate porte: porte che dovrebbero essere già aperte di per sé, e invece…
Dunque, negli scorsi mesi abbiamo provato a riunire una piccola assemblea di festival indipendenti proprio per cercare di discutere su come agire concretamente in modo politico ed etico in un ambiente che di politico ed etico ha poco, in questo momento. Sarà difficile: dai confronti su metodo e merito che abbiamo avuto abbiamo già constatato che le teste da mettere insieme sono tante e le intenzioni e gli atteggiamenti anche, come è giusto che sia. Il confronto sarà acceso anche all’interno di questa piccola assemblea, ma varrà la pena tentare, e io personalmente spero che nel 2026 ci siano fuoco e fiamme. Perché siamo tutti allo stremo.
Fuoco e fiamme, come salvare il TOHorror Fantastic Film Fest
F.C. Parto proprio da questo punto – poi parleremo anche del festival – perché, da operatore culturale, ma soprattutto da spettatore dei molti festival torinesi, quando alcuni mesi fa ho iniziato a sentire questo disagio e questa insofferenza mi ha molto stupito perché raramente si vede all’esterno. Quali saranno, se li avete già in mente, i prossimi passaggi e tu dici “l’anno prossimo vorrei che ci fosse fuoco e fiamme“, ma l’anno prossimo c’è il rischio che non ci siano alcune delle realtà che noi siamo abituati a vedere ospitate al Cinema Massimo?
Perché questo disagio sembra arrivato a un punto di non ritorno: c’è il rischio che ci siano delle decisioni forti e inaspettate o non siamo ancora così vicini al barato?
M.P.Da un certo punto di vista me lo auguro, che ci siano delle prese di posizione molto, molto forti rispetto a determinati atteggiamenti che subiamo. Siamo stanchi di chi non prende mai posizione, di chi non si espone. Non credo, come dicevo prima, che ci si troverà tutti concordi nel voler intraprendere strade “incendiarie”, ma chi le vorrà intraprendere con noi ben venga. Se le percorressimo tutti, sarebbe molto più efficace.
M.S. Noi la miccia la portiamo.
M.P. … e la polvere da sparo.
F.C. Le molotov, come nel Fantasofà, che – scrivete – non è un salotto buono, ma uno di quelli dove si preparano le molotov.

Carlo Chatrian, direttore del Museo del Cinema, Giulio Base, direttore del Torino Film Festival, ed Enzo Ghigo, presidente del Museo del Cinema, alla presentazione del 43° Torino Film Festival
M.P. Né un salotto buono né un tappeto rosso…
Comunque, ritornando a parlare un po’ a nome TOHorror, e ritornando nello specifico a ciò che mi hai chiesto, ovvero se sia possibile che non vedremo più il festival al Cinema Massimo rispondo senza polemica con un dato di fatto. L’anno scorso, appena si è insediato Carlo Chatrian come direttore del Museo del Cinema, ha lasciato intendere che potesse essere previsto un cambiamento nel rapporto fra il Museo – e di conseguenza anche nell’utilizzo del Cinema Massimo (che è la sala gestita direttamente dal Museo del Cinema ndr) – e i festival indipendenti che adesso proprio dal Cinema Massimo sono ospitati per svolgere le loro edizioni (e dico ospitati benché sia bene specificare che tutti paghiamo un noleggio sala).
Essendoci arrivata alle orecchie questa cosa qua, a gennaio scorso abbiamo organizzato un incontro collettivo con il neodirettore del Museo del Cinema e il tipo di riscontro che c’è stato dato quando abbiamo chiesto direttamente quale fosse il futuro dei festival “ospiti” al Cinema Massimo è stato: “Nel 2025 tutto normale, poi vediamo“. Da allora è passato quasi un anno e siamo ancora fermi a quel “poi vediamo”. Nessuno ci ha fatto sapere se siano state prese decisioni in merito; quindi, a oggi, noi e immagino anche altri festival, non sappiamo ufficialmente se nel 2026 ci sarà concesso di affittare le sale del Cinema Massimo.

Le file davanti al Cinema Massimo durante il TOHorror Fantastic Film Fest.
F.C. Immagino stiate iniziando a pensare la prossima edizione e che questa precarietà sia un grosso problema.
M.P. Chiunque faccia festival sa che subito dopo la fine di un’edizione si comincia a progettare quella successiva. In questo momento non sappiamo dove faremo TOHorror 2026, ma vorrei essere chiaro su un punto: lo svolgimento del TOHorror non dipende dalla disponibilità del Cinema Massimo.
Però va detto anche che il nostro scopo non è scontrarci con gli interlocutori per il gusto di farlo, tutto l’opposto: il nostro obiettivo sarebbe che finalmente a Torino, nel nostro settore, si cominciasse a ragionare in maniera collettiva, si collaborasse veramente in modo organico fra tutti, istituzioni e indipendenti, grossi e piccoli, si unissero le forze in nome di un equilibrio di investimento delle risorse che ora risponde a criteri assurdi.
Dunque, se non si potesse più collaborare con il Museo del Cinema e dovessimo spostare il Festival, oltre a dover affrontare alcune criticità logistiche lo riterrei personalmente un enorme spreco di potenzialità.
M.S. Anche perché il Cinema Massimo e il Museo del Cinema a Torino dovrebbero avere quel ruolo, secondo me: nel momento in cui la città si pone idealmente come contraltare a Roma, il ruolo pubblico del Museo del Cinema e del Cinema Massimo, enti in grado di creare naturalmente un polo attrattivo, un terreno di incontro e proposta e convergenza, è ciò che rende la città un caso eccezionale: gli ospiti che vengono a Torino da fuori sono attratti da questo contesto, non lo sarebbero da una programmazione che si potesse trovare in qualunque città.
M.P. In generale, per tornare alla tua domanda: non so se siamo al punto di non ritorno, ma siamo sicuramente tutti molto stanchi e il primo passaggio che a me sembra essenziale è rendere manifesta a chiunque e a gran voce la nostra stanchezza. Come ci dicevamo prima, dall’esterno chi fruisce dei festival indipendenti spesso non si rende conto delle difficoltà enormi e della sofferenza professionale dietro alla buona riuscita dei nostri eventi, e sono condizioni su cui non possiamo più tacere, vanno discusse pubblicamente.

Riappropriarsi delle sale e degli spazi collettivi attraverso il cinema.
Riappropriarsi delle sale attraverso i festival
F.C. Riprendo un’espressione bellissima che avete usato, ovvero “biodiversità festivaliera”, che è veramente uno dei vanti di Torino e che è la base della costruzione di questo pubblico cinefilo che poi riempie le sale sia di tutti i festival indipendenti e non, sia durante la programmazione più canonica, creando davvero un terreno fertile per qualsiasi proposta cinematografica: fa quasi impressione vedere le sale piene un giovedì sera o un martedì sera di novembre per un festival di film di genere.
Un unicum che mi pone una questione più per voi come programmatori: i festival sono fatti del vivere l’evento anche in maniera multidisciplinare, di appropriarsi di un locale a pochi metri dal cinema e metterci il Fantasofà con talk, concerti e altre proiezioni, del confronto fuori dalla sala e tanti altri aspetti, è questo modo di riprendersi il cinema, anche in maniera fisica, la strada attraverso cui si può veramente far rinascere la passione per la sala?
M.S. Fare il festival è proprio quella roba lì: i corpi. Una festa di corpi, in cui vai al cinema ma magari non sai neanche cosa vai a vedere. Uscire (di casa e da sé), essere presenti, parlare con le persone, questa è l’esperienza cinematografica. La cosa più bella per me è infatti vedere gli spettatori del Festival incontrarsi fuori dalla sala e discutere dei film, anche se non si conoscono. Questa è la valenza dei festival indipendenti e del cinema indipendente, è un’altra roba, una molto più interessante rispetto ai canoni.
M.P. Il nocciolo della questione che si collega anche a tutto quello che abbiamo detto prima è che i festival indipendenti sono radicati sul territorio e sono fondamentali per il territorio stesso, per creare comunità, scambio di idee, pensiero critico, dibattito.
I piccoli festival indipendenti servono a questo, non sono solo una serie di film che vai a vedere al cinema, non sono solo polverosi red carpet su cui ti fai il selfie con la star di turno, anche perché lo trovo un esercizio abbastanza anacronistico. Rispondono a un bisogno – sociale forse ancor prima che culturale – che è proprio della loro comunità di riferimento.
Anche per questo è assurdo che Torino, città-zombie per eccellenza, all’apparenza viva perché continua a muoversi ma in realtà morta, non si renda conto che investendo nei festival indipendenti investirebbe su (e farebbe del bene a) sé stessa.

Le mannaie premio del TOHorror Fantastic Film Fest.
F.C. Vorrei ripartire proprio dal vostro pubblico, che poi in realtà è lo stesso di tante delle realtà di cui abbiamo parlato. Quanto è forte questo rapporto, quanto vi influenza come programmatori?
M.P. Il rapporto immediato con gli spettatori lo sentiamo sempre, proprio perché uno degli obiettivi del TOHorror – al contrario di altri festival più blasonati – è quello di non creare distanze fra il team organizzativo, gli ospiti, il pubblico… Non ci sono barriere fra queste tre categorie di persone che si muovono dentro e attorno al festival.
Su quanto questo tipo di rapporto influisca sul lavoro di programmazione, non saprei. Abbiamo un target ovviamente, impariamo a conoscere il nostro pubblico sempre un po’ di più ogni anno che passa, ma sulla selezione ci sentiamo liberi di creare noi le nostre traiettorie e poi proporle, e magari prenderci anche le critiche: ci fa piacere anche quando i film in programma non piacciono se il risultato è stato comunque quello di aver stimolato qualcosa, una reazione forte. L’importante è che i film che proponiamo non lascino indifferenti.
M.S. Esatto, l’idea è sempre di creare un percorso il più interessante e misterioso possibile, un piccolo viaggio, un patto che stringiamo con i nostri spettatori: loro sono splendidi e ci stanno sempre, e noi grazie a loro siamo molto liberi.
L’horror contemporaneo dal punto d’osservazione del TOHorror
M.P. E il mercato produttivo attuale dell’horror e del fantastico in questo momento ci dà la possibilità di godere di questa libertà. Ogni anno cerchiamo sempre di mappare più o meno quello che sta succedendo nel panorama, e in questo momento il panorama è fertile e variegato, quindi i pianeti si allineano (tranne alcuni).
F.C. Mi hai rubato l’assist e la domanda che volevo farvi in chiusura, perché appunto stiamo vivendo anni in cui sembra veramente esserci un nuovo fermento attorno all’horror e al fantastico. Sono stati emblematici i due casi di quest’estate, Weapons e Bring Her Back, e sembra veramente essere un po’ rinata la voglia di produrre e vedere cinema di genere; quindi, mi chiedevo se è più difficile oggi con un mercato così in fermento trovare qualcosa che non vedi da altre parti, a causa della standardizzazione o dalla presenza di festival che prima non si interessavano al genere, o se invece si trovano più opere interessanti rispetto ai momenti di flessione?
M.P. Un primo strato di standardizzazione c’è sempre, ma è naturale che ci sia, c’è sempre stato in tutte le fasi che l’horror e il fantastico hanno avuto. Sotto, per ritornare a una parola usata in precedenza, la biodiversità produttiva, autoriale, tematica, stilistica, invece, ci offre quel ventaglio a cui facevi riferimento che è molto ampio, quindi non ci sono grosse difficoltà a scovare opere che si distinguono.
Le difficoltà sono successivamente pratiche nel momento in cui devi acquistare la licenza di proiezione e magari un film non vuole venire al tuo festival, perché sei troppo piccolo, perché non vuole essere presentato a un festival di cinema di genere, perché, perché, perché… Sono tanti i motivi per cui a volte al Festival non ci sono determinati titoli, ma appartengono più a una sfera pratica, economica, logistica, piuttosto che a una mancanza di prodotto. In questo momento il prodotto è abbondante e spesso interessante.
F.C. Ma quindi vi capitato che dei film non volessero venire da voi perché il TOHorror è un festival di cinema di genere?
M.P. Sì, ultimo esempio proprio quest’anno, un film tailandese che avevamo visto a Cannes. L’abbiamo corteggiato per due mesi, ma i produttori non volevano affidarne l’anteprima italiana a un festival di cinema di genere, puntavano ad altro. E questo riconduce probabilmente a una discriminazione che il cinema di genere o il prodotto horror patisce ancora oggi in modo inspiegabile. Dopo tutto il lavoro critico degli ultimi decenni atto a far capire che l’horror possiede una propria dignità e non deve dimostrare niente a nessuno per essere cinema interessante, purtroppo ancora oggi ci sono delle sacche di resistenza tremende.

F.C. Tra l’altro anche il lavoro del festival stesso forse sta nel non selezionare sempre l’horror convenzionale, l’horror fatto per i fan dell’horror, ma anche nel cercare “deviazioni”.
M.P. Certo, ma il pregio dell’horror è quello. Noi non riteniamo che l’horror debba andare oltre sé stesso per essere interessante.
L’horror basta a sé stesso, come dicono critici e operatori del settore più bravi di me: è un concetto in cui mi ritrovo in toto. Il pregio dell’horror è anche però riuscire a contaminare ciò che lo circonda (altri generi, altri modi di fare cinema, altre immagini), attecchire su altre superfici, appropriarsene… possederle, per usare un verbo decisamente horror.
Chiusura
Dalle parole di Supporta e Pennacchia, che ringraziamo, emerge un principio che va oltre il perimetro del festival: la biodiversità festivaliera torinese non è un accessorio, ma una risorsa politica e civile. È ciò che trasforma la sala in uno spazio pubblico e condiviso, dove la cultura si condivide e si espande.
In una città che ama definirsi “capitale del cinema”, ma che spesso ignora i presidi che rendono vivo quel titolo, i festival indipendenti sono oggi le vere infrastrutture culturali di prossimità: luoghi dove l’immaginazione diventa relazione, dove il gesto collettivo del vedere un film torna a essere un atto sociale prima ancora che artistico.
Non è solo una questione di programmazione, ma di presenza: di corpi che si incontrano, di comunità che resistono, di presidi culturali che restano accesi anche quando mancano fondi e riconoscimento. È da lì — da quella trama fatta di persone, spazi e visioni — che può ripartire una politica culturale reale, capace di pensare il cinema come bene comune e non come marchio di rappresentanza.
Finché esisteranno festival come il TOHorror, che continuano a fare cultura con le unghie e con i denti – come quelli che vengono usati al festival per votare -, Torino e il cinema tutto possono trovare una via per riappropriarsi della passione per il cinema e per la sala: solo così potrà ancora permettersi di chiamarsi, senza ironia, città del cinema.
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