Keeper – L’eletta │Recensione
Data di pubblicazione: 23/03/2026
È un horror che inquadra gli spazi come oggetti contundenti Keeper – L’eletta di Osgood Perkins, soprattutto grazie a precise scelte di messa in scena volte a schiacciare, escludere e risignificare il ruolo dei personaggi all’interno del film. Come se il regista spiasse costantemente i due protagonisti di questo incubo domestico, aggiungendo un ulteriore strato di inquietudine alla già straniante atmosfera che permane durante l’intera ora e mezza di durata.
La violenza in Keeper non è fisica, ma al contrario è ancorata all’aggressività delle geometrie che mostrano il rapporto tra il luogo e i soggetti. Il risultato è asfissiante, tanto che la storia di una coppia che vuole trascorrere un weekend nella casa nel bosco di lui, sembra assumere le forme di un thriller psicologico polanskiano per poi sfociare invece nel soprannaturale che flirta con il folk-horror.
Perkins, con l’abilità di un regista ormai navigato, però non casca in una stanca riproposizione di un sottogenere (il Cabin in the woods) che potrebbe portare il film verso traiettorie trite e ritrite, ma ragiona invece per immagini pronte a minacciare costantemente le certezze – e i punti di vista – che fino a poco prima sembravano appartenere al film.

Certezze “di genere” che riguardano inizialmente anche alla coppia protagonista, dove lei è pronta a mettere in discussione la propria individualità per compiacere lui, un uomo prototipo del “bravo ragazzo” che nasconde dietro a un’apparente dolcezza melensa uno scantinato ricolmo di scheletri. Così la casa dove si svolge Keeper diventa il teatro di un tetro gioco di affermazione identitaria, dove lo spazio fisico da conquistare è anche uno spazio mentale e, di conseguenza, liberatorio.
Nonostante però l’urgenza del “tema” che Perkins sceglie di affrontare, il film non è piegato – come spesso accade – a determinate dinamiche di racconto volte a spiegare per filo e per segno l’allegoria che dà il via all’orrore, ma si affida completamente al genere per dialogare con il presente. Così facendo il regista di Longlegs lavora con l’inquietudine dell’attesa, lasciando al Male il compito di insediarsi dentro di noi rivelando – come in The Monkey – la nostra subordinazione a esso.
Le immagini iniziali di donne che guardano direttamente in camera prima sorridenti e poi trasudanti disperazione acquistano con il passare dei minuti un significato sinistro, visioni come i fantasmi di Shining di un dolore atavico che non abbandonerà mai l’uomo.
Voto: 8
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