Regan – Disturbo di frequenza │Recensione

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Data di pubblicazione: 02/10/2026

La scuola contemporanea del cinema greco ci ha spesso consegnato autori e autrici capaci di dare piena rappresentazione di disagi sociali e culturali della comunità ellenica.

Per utilizzare una facile allegoria, si tratta sovente di produzioni che hanno l’aspetto di specchi d’acqua posati, sobri, apparentemente placidi, ma al cui interno, sotto la superficie, si agitano distorsioni familiari, traumi, difficoltà comunicative intergenerazionali e principi di disturbi psichici destinati ad atterrare in alienazione vera e propria.

 

Regan, quarto lungometraggio di Panos Katsimperis in concorso al Torino Underground Cinefest 2026, si inscrive perfettamente in questo assortimento del disagio: una protagonista senza nome che partorisce un figlio deforme e purulento, rapporti interpersonali squilibrati, mismatch comunicativi pressoché totali e piani del reale che si alternano – e confondono – continuamente con la sfera di un immaginario terrificante, al confine con l’incubo.

Lo scenario presentato riporta alla memoria capitoli della Storia del cinema moderno che hanno dispensato abbondanti dosi di genitorialità spezzata, contorta, contaminata da patologie psichiatriche – dai vagiti e i pianti disumani del feto del bastardo di Missoula fino allo Tsukamoto vincitore del premio Orizzonti a Venezia 68 –; eppure, il film scritto e diretto da Katsimperis non si limita al solo discorso su paternità/maternità (e ai simboli ad essi legati).

Il fulcro del ragionamento dell’autore pare essere, infatti, la dissonanza percettiva del reale della sua giovanissima protagonista, artista e studentessa di belle arti, e il sottobosco di comprimari che le danzano attorno. Genitori, amanti, compagni di corso e allievi sono personalità senza volti (tagliati sapientemente dalla fotografia di Elton Bifsa), completamente incapaci di sintonizzarsi sulle frequenze della ragazza (o è il contrario?).

 

La suddivisione del soggetto in capitoli, l’alternanza di aspect ratio (in accordo con i piani di realtà/paranoia della giovane), l’utilizzo di animazione e b/n (con rimandi al cinema classico) sono scelte registiche che collocano (o tentano di farlo) Regan su un piano concettuale e stilistico più “alto”, dove la discettazione sull’arte e sui piani del reale di Katsimperis si aggrappa a riferimenti – e paralleli – elevati, rischiando però di depotenziare, se non addirittura svilire, quanto costruito nella totalità del percorso.

Quella stessa stratificazione formale che dovrebbe restituire la progressiva alterazione della percezione della protagonista finisce così, talvolta, per rendere fin troppo evidente l’apparato che la sostiene, lasciando intravedere la costruzione laddove sarebbe forse più efficace lasciarla agire.

Voto: 6,5

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