L’hangar rosso – Vivere da mostro o morire da uomo per bene│Recensione

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Data di pubblicazione: 15/06/2026

Tanti sono i film, fiction e documentari, che nel tempo hanno raccontato gli anni ’70 del Cile: dal golpe con cui è caduto il governo di Salvador Allende all’ascesa di Augusto Pinochet con la sua terribile dittatura, tristemente famosa per le crudeli pratiche di repressione, le torture, i desaparecidos. Con L’hangar rosso, il regista cileno Juan Pablo Sallato riporta sugli schermi il famoso colpo di stato dell’11 settembre 1973, proponendo un nuovo punto di vista: quello interno agli ambienti militari coinvolti nel golpe stesso.

Dalla tranquillità della routine quotidiana, in 48 ore tutto si trasforma in caos, violenza, incubo, in una nuova brutale realtà a cui bisogna aderire senza mostrare alcuna perplessità. Una situazione precisa nel tempo e nello spazio per un dilemma di carattere universale: salvare se stessi a scapito di altri esseri umani o seguire la propria morale, rischiando la vita?

 

Da spettatori seguiamo il protagonista, il capitano Jorge Silva, all’interno dell’Accademia dell’Aeronautica in cui lavora, in una quotidianità che viene improvvisamente stravolta dal colpo di stato. La macchina da presa è incollata al suo corpo, al suo collo, permettendoci così di stare in scena con lui, respirando la stessa tensione degli ambienti in cui si muove e dove incontra quelli che saranno i nuovi antagonisti della Storia.

I dilemmi etico-morali non si possono ignorare, bisogna scegliere da che parte stare, avendo il coraggio di vivere ogni giorno della propria futura vita con la consapevolezza di aver preso questa decisione. Sentirsi liberi, padroni della propria vita o sottostare a ordini insensati, diventando prolungamento del nuovo braccio governativo che agisce con prepotenza?
Lanciarsi nuovamente col paracadute o scattare sull’attenti?

Ispirato agli eventi reali narrati nel libro Disparen a la bandada, scritto da Fernando Villagrán (un sopravvissuto alle torture nel polo aeronautico), L’hangar rosso è un racconto in cui umanità e coraggio provano a farsi spazio, di nascosto, in una disumanità dilagante.

 

Musica e lunghi silenzi, luci e ombre si contrappongono in maniera evidente, facendo risaltare i dilemmi etici a cui va incontro il protagonista e il contrasto tra libertà e repressione, espressione e censura, amore famigliare e odio politico.

In L’hangar rosso la violenza non viene mai mostrata direttamente ma ci arriva tramite suoni, urla, la percepiamo dalla paura che impregna l’aria in cui agiscono i personaggi di ogni scena. Un film dall’estetica e dai ritmi a tratti noir che ben si adattano al thriller storico realizzato da Sallato.

Inserito nella sezione Eventi speciali nel programma della 22esima edizione del Biografilm Festival, al termine della proiezione de L’hangar rosso c’è stato un interessante incontro con il regista, moderato da Simone Soranna.

 

Dove hai scovato questa storia e perché hai deciso di portarla sullo schermo?

L’ho scoperta grazie al nostro sceneggiatore Emilio Guzmán, grande amico di Fernando Villagrán che ha scritto il libro al quale si è ispirato questo film. Villagrán ha svolto un lavoro approfondito su quelli che erano stati i soldati cileni delle forze dell’ordine costituzionaliste e che poi sono stati torturati.

Il punto di vista del protagonista di questo film mi è sembrato particolarmente interessante, inedito e quello che mi interessava era il suo dilemma morale interiore.

 

Hai deciso di privilegiare delle inquadrature molto vicine ai visi dei personaggi, spesso dei primi piani, senza lasciare spazio a quello che li circonda. Da dove nasce questa intuizione? Che motivo c’è dietro questa idea cinematografica?

Il cinema ha questa capacità di linguaggio: crea empatia con dei personaggi che possono essere anche molto diversi da noi, in questo caso un capitano dell’aeronautica. L’obiettivo era effettivamente quello di entrare nella vita di questo capitano, all’interno della sua testa, trasmettere il grande dilemma che ha vissuto.

Per generare empatia il cinema ha molti strumenti: quello che abbiamo deciso di utilizzare qui è stato il posizionamento della camera proprio sulla spalla del capitano per seguirlo in tutti i movimenti e per dare l’impressione, in prima persona, di quello che può aver vissuto quell’11 settembre del ‘73, giorno del golpe. Quindi, per vivere il dilemma morale, abbiamo utilizzato la cinepresa in questo modo, ma abbiamo anche fatto un grande lavoro dal punto di vista della musica, sempre per creare questa vicinanza al personaggio.

E poi abbiamo deciso di non mostrare in primo piano le torture perché, in un certo senso, chiunque di noi sa come si torturano le persone. Ci è sembrato più interessante far sentire i suoni, evocare certe immagini piuttosto che centrarle nell’obiettivo, cercando così di creare un film dai tratti espressionisti.

 

Come ti sei posto rispetto alla storia vera, alle vicende reali?

Come detto, questo è un film che si basa sul libro Disparen a la bandada di Fernando Villagrán, libro che ha caratteri molto autobiografici e riguarda quello che anche lui ha vissuto sotto tortura.
Negli anni seguenti fece questo grande lavoro di ricostruzione storica legato a tutti quei soldati che si opposero al regime, venendo in seguito torturati dai propri commilitoni. Sopravvissuto lui stesso alle torture, strinse amicizia con Jorge Silva, il capitano protagonista del film.

Io e la troupe abbiamo avuto modo di parlare con Jorge Silva quando aveva circa 80 anni, quindi ci ha raccontato in prima persona molti dei fatti che vedete nel film e che abbiamo trascritto in sceneggiatura. Purtroppo Silva è venuto a mancare due mesi prima dell’inizio delle riprese, però sua figlia e Fernando sono riusciti a vederlo alla Berlinale, quando è stato presentato per la prima volta.

Silva era effettivamente un paracadutista, un capitano, faceva parte del controspionaggio. Era un soldato convinto della bontà della Costituzione, lottava per i suoi valori e, quindi, per il supporto al presidente democraticamente eletto.

Praticamente tutti i dati e tutti i fatti che vedete nel film corrispondono alla realtà.

 

Quanto di questo film ha a che vedere con quello che sta succedendo e che vediamo oggi nel mondo?

Quando abbiamo presentato questo film alla Berlinale mi sono reso conto che, spesso, tante delle persone che lo vedono fanno un collegamento con quello che sta accadendo oggi. Quindi anche le persone che non sanno molto della storia cilena, di quello che è successo con il golpe, si rendono conto che ci sono dei punti di contatto con il nostro presente.

Questo film sarà mostrato per la prima volta in Cile a ottobre.
Purtroppo in Cile c’è questo atteggiamento – con il quale non vado assolutamente d’accordo – di chi guarda questa tipologia di film con un po’ di noia, dicendo: “Basta, fino a quando vedremo film così?”.

Oggi la situazione è preoccupante perché vediamo ondate di negazionismo, assistiamo all’impunità con cui vengono calpestati i diritti umani nel mondo, le menzogne, le fake news che dilagano. Questi film sono importanti proprio per non dimenticare, per ricordare l’orrore che può scaturire da decisioni prese nel presente (un presente che all’epoca era il 1973) e che hanno ripercussioni per generazioni e generazioni, fino alla mia, a quella di mio figlio e oltre. Quindi è importante ricordare e capire che questo può accadere ancora: le decisioni di oggi avranno ripercussioni sugli esseri umani del futuro.

Quello che mi interessava era cercare un punto di vista diverso con cui raccontare questa storia, senza dare delle risposte perché non penso di avere le carte per dire “Ok, questa è la risposta a questo problema”.

Quello che spero di fare è sollevare dubbi, far parlare di questo tema.

 

Qualche frammento, qualche momento con Fernando Villagrán?

Villagrán ha fatto parte del processo dall’inizio alla fine. È un caro amico.
Era con noi alla Berlinale e ha visto il film: per lui è stato come chiudere un cerchio, è stato molto contento e io altrettanto per averlo al mio fianco.

 

Che tipo di casting ha fatto? Per un film così concentrato sui visi è una cosa molto affascinante.

Questa è stata probabilmente una delle sfide principali per questo film, non solo per me ma per tutta l’équipe: riuscire a entrare in questo mondo, il mondo militare, così diverso da quello che viviamo noi.
Per dare un carattere realistico a questo film abbiamo fatto un grande lavoro di ricerca per comprendere come si comportano i militari: come si vestono, muovono, salutano. Se passa un superiore bisogna scattare sui tacchi…

Tutti questi dettagli rendono effettivamente tutto quello che si vede più vero.
Abbiamo parlato con dei militari proprio per entrare in questa forma mentis e devo dire che è strano: dall’esterno sembra quasi una religione, è qualcosa di totalmente estraneo a quello che un civile è abituato a pensare.

In quanto al protagonista, agli attori in generale, ho dato la mia fiducia a ottimi attori che, a loro volta, mi hanno restituito questa fiducia. Ci calavamo tutti molto nei personaggi, il protagonista lo chiamavo “mio capitano” quando ci incontravamo!

 

Abbiamo lavorato sodo tutti insieme e vedo che, ogni volta che mostriamo questo film, indipendentemente da dove ci troviamo nel mondo, i feedback sono sempre molto positivi. Mi fa piacere che venga percepito il lavoro di fondo basato sulla mutua fiducia.

Durante le riprese in Argentina c’è stato un lavoro corale, di discussione.
Perché il racconto, come dicevo, non propone delle verità, quindi con il resto della troupe ne abbiamo parlato, ci siamo confrontati: è un film dai tratti politici e, se vogliamo, anche figlio di una bella discussione tra pari.

 

Hai scelto il bianco e nero: mi incuriosisce molto questa scelta dai tratti quasi espressionisti.

Ho letto il libro di Villagrán otto anni fa e c’è un passaggio che, nell’istante in cui l’ho letto, mi ha convinto che, quando avrei realizzato il film, l’avrei fatto in bianco e nero.

Villagrán descrive quello che fece il giorno dopo il golpe, quindi il 12 settembre del ‘73. Una volta che si svegliò, andò a La Moneda, il palazzo governativo, e lo vide in cenere perché era stato bombardato. E lui descrive quel momento dicendo di avere l’impressione di vedere Santiago del Cile in bianco e nero: quello mi ha fatto pensare “È il modo in cui voglio narrare questa storia”.

Effettivamente  il chiaroscuro rende perfettamente anche l’analogia del dilemma morale interiore del protagonista, quindi giocava a nostro favore per l’espressionismo emotivo che volevamo raggiungere.

Spero che questo film venga visto anche da giovani militari per far comprendere loro che quanto è successo nel ‘73 è qualcosa che può ripetersi, è un rischio che si corre, soprattutto se non si pensa con la propria testa. Il mio umile invito, quindi, è: pensate con la vostra testa.

L’hangar rosso arriverà nelle sale italiane a partire dal 9 luglio, distribuito da I Wonder Pictures.

Voto: 8

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