Manhunt – La solitudine dell’abisso│Recensione

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Data di pubblicazione: 11/08/2026

Dalle serie di Ryan Murphy a Un giorno in pretura, da Il Mostro di Stefano Sollima ai podcast di Elisa Truecrime o Pablo Trincia, il true crime è diventata ormai una delle forme prevalenti della narrazione audiovisiva contemporanea.

Partendo dalla vicenda (poco nota in Europa) di una serie di omicidi compiuti nella British Columbia nel 2019 da una coppia di teenager, con Manhunt, presentato in Concorso al Festival di Locarno, il regista canadese Wayne Wapeemukwa sceglie da subito di disinnescare le componenti sensazionalistiche e voyeuristiche insite nel genere, approcciando una narrazione chiaramente debitrice, nella scrittura e nello stile, dei film di Gus Van Sant di inizio anni zero (Elephant su tutti).

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Joey e Kit (ottimamente interpretati dai giovani Harris Lowe e Landon Tunold) sono due diciottenni annoiati e senza prospettive, che passano le giornate giocando a uno sparatutto al computer o condividendo contenuti nazisti e misogini su 4chan. Il primo vive con la nonna gravemente malata, con una famiglia assente e in gravi difficoltà economiche, mentre il secondo è cresciuto in un ambiente benestante quanto emotivamente vuoto. Sono personaggi diversi e complementari, accomunati da un profondo vuoto esistenziale che i due non sono nemmeno in grado di esprimere.
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Quando, dopo il diploma di Joey e la morte della nonna, i due decidono di scappare in auto dalla loro cittadina, armati solo di un fucile rosa costruito con la stampante 3D, per un attimo sembra che Manhunt possa prendere la strada di un racconto di formazione on the road. Nemmeno l’incontro con due sorelle austriache in vacanza in autostop può però scongiurare il tragico finale, presagito già a inizio film, quando Joey si divertiva a puntare “per gioco” il mirino laser del fucile sulla testa del suo capo, all’insaputa di quest’ultimo.
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Wapeemukwa, canadese di origini Michif (e la questione coloniale è centrale, in Manhunt) qui all’opera seconda, è consapevole che ogni immagine mostrata (o non), seguendo il magistero di Haneke, tradisce una precisa scelta poetica e (dunque) politica, e decide da una parte di riprendere i momenti più efferati a debita distanza, ma soprattutto di omettere determinati snodi chiave della narrazione (che non riveliamo, nella speranza che un film così audace possa arrivare anche in Italia), attraverso un uso dell’ellissi che ricorda, mutatis mutandis, un passaggio chiave del capolavoro Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen.
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È significativo peraltro che il film, che si apre e si chiude con una coppia di nativi protagonisti di scene domestiche e alle prese con rituali a noi incomprensibili, non presenti per il resto della sua durata nessun personaggio indigeno. Il vuoto morale e valoriale in cui (figurativamente) si muovono Joey e Kit riecheggia dunque nel territorio morente che attraversano (il Canada di Manhunt è devastato dagli incendi): una Waste Land in cui la furia coloniale non ha lasciato scampo agli abitanti originari di quelle terre.
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La parentesi del film dedicata alla coppia, un quieto a parte che fa da cornice alla tragica vicenda, è ripreso in pellicola, mentre il film alterna alla narrazione degli avvenimenti delle scene ambientate all’interno del videogioco di cui Joey e Kit sono ossessionati, e si chiude con una sequenza allucinata girata interamente con la camera a infrarossi. Non si tratta di scelte impressionistiche, bensì di un uso consapevole del linguaggio. Se la violenza improvvisa che si impadronisce dei due non si può davvero spiegare fino in fondo, la forma con cui il regista sceglie di rappresentarne le derive più estreme si serve di una camera in grado di mostrare quello che c’è, ma che è fuori dallo spettro del visibile, non registrabile dall’occhio umano senza l’ausilio di un occhio altro.
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Le scelte di messa in scena di Wapeemukwa, che non possono che portare ad un accostamento con il cinema di Harmony Korine (ma anche con Eat the Night di Caroline Poggi e Jonathan Vinel, vergognosamente ancora inedito in Italia), così come l’assenza di personaggi indigeni nella parte centrale, diventano dunque la chiave – anzi, una delle chiavi – di lettura di un cinema dichiaratamente femminista (e torniamo alle ellissi) e anticoloniale che ha il merito di non salire mai in cattedra, lasciando alle immagini il compito di supportare i propri argomenti e riponendo grande fiducia negli spettatori.
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In altre parole, un grande esempio di cinema politico. Merce rara, di questi tempi.

 

Voto: 7,5

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