Train Dreams – Credi?│Recensione
Data di pubblicazione: 26/11/2025
Ci sono film a cui bisogna credere, non potendo essere semplicemente visti, analizzati e poi sezionati in valutazioni tecniche riguardanti scrittura, musiche, immagini, recitazione.
Sono spesso racconti di vite ordinarie che celebrano l’extra-ordinario, sussurrano di dolori e beatitudini mentre il tempo scivola via tra le pieghe dell’esistenza.
Train Dreams, diretto da Clint Bentley, si iscrive in questo ramo contemplativo-cinematografico raccontando il percorso in Terra di Robert Grainer (Joel Edgerton), boscaiolo dell’Idaho che si trova a fronteggiare le mutazioni degli States fra il XIX e il XX secolo.
Grainer è un novello Giobbe, costretto a conoscere tanto le stagioni dell’abbondanza quanto quelle della privazione. Non le patisce per volontà di un Dio scommettitore, ma per le occorrenze di una vita semplice e complessa, anonima, comune a migliaia di altre nate con un vagito orfano e chiuse in silenzi secolari.
È un film denso Train Dreams, e allo stesso tempo esile, dove il lirismo di boschi aggrappati al cielo si intreccia con le musiche sacrali di Bryce Dessner, creando così un mondo sfumato, un immaginario mistico, agro, soffice, in cui Joel Edgerton offre la migliore interpretazione della sua carriera.
Non concedere un cenno all’ennesimo miracolo musicale di Nick Cave, autore della traccia che accompagna gli end credits, così come alle performance di Felicity Jones e William H. Macy, sarebbe quantomeno criminale.
Per adattare la novella omonima di Denis Johnson, il regista americano sceglie un tono malinconico vicino a Malick, un voice over dosato, ponderato e a uno stile sì derivativo, vicino alla sua origine letteraria, agli autori succitati (e altri ancora), ma comunque dotato di una forte, intima, voce personale.
Il risultato finale è un cinema dedicato ai “senza risposte”, solido nei riferimenti, con esposizioni ai concetti di natura, perdita, e zeitgeist in via di estinzione; verità estatiche proprie di autori come Jack London, Henry David Thoreau e Ralph Waldo Emerson.
L’ambiente boschivo è trascendente, simbolo, testimonanza, luogo ancestrale dove l’albero diventa vittima, poi vendicatore e filo che (forse) compone la matassa aggrovigliata del reale. Il progresso ha valore effettivo relativo: le benedizioni, le perdite e i dolori che affliggono l’uomo sono sempre presenti, ma in forme cangianti (acuta la denuncia del trio Johnson/Bentley/Kwedar) che colpiscono ed elevano in maniera assolutamente randomica.
Il racconto di Bentley ha, in buona sostanza, coerenza tonale, eleganza stilistica e un bagaglio tematico importante, supportato da una generosa dose di emotività sospesa – tra lo schermo e noi, in silenzio dall’altra parte – che attende di essere accolta o rifiutata. Anche qui risiede la bellezza del cinema: decidere se credere all’intento creativo e intellettuale di un autore, lasciarsi persuadere dall’immagine che tende alla poesia o, lecitamente, percepire il tutto come eccessivo, artificioso, manieristico.
La scelta è dello spettatore, è nostra, di nessun altro.
Voto: 8,5
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