Backrooms – Chi ha paura del glitch?│Recensione
Data di pubblicazione: 06/06/2026
Le Backrooms rappresentano un glitch, cioè una sorta di spazio in cui è possibile finire senza alcuna logica. Un concetto piuttosto comune per chi è ferrato rispetto il mondo dei videogames.
A partire da questa idea e da una fotografia di una stanza vuota tappezzata di carta da parati gialla, comparsa su 4chan nel 2019, Kane Parsons ha costruito una propria mitologia attraverso una serie di cortometraggi analog horror. Gli spazi liminali delle backrooms erano inquietanti proprio perché erano figli del nulla, nati senza spiegazione. La loro estetica sporca e digitalmente grezza metteva in scena, attraverso il found footage, una discesa nell’oblio del web: un viaggio in un mondo oscuro dove dietro ogni parete poteva nascondersi una creatura dalle forme e dalle logiche incomprensibili all’occhio umano.
Kane Parsons, grazie ad A24 che produce e distribuisce, dalla propria mitologia figlia dei forum online ha creato un film che, in parte, sembra non fidarsi del genere horror a cui appartiene. Clark è un direttore di un mobilificio che scopre nel seminterrato del proprio magazzino un portale che lo conduce in un altro mondo, una versione distorta e programmata male della realtà. Qui, nell’incedere lento del protagonista attraverso spazi prima smisurati e poi claustrofobici, Parsons costruisce un film angosciante. Lo fa soprattutto attraverso lunghi piani sequenza e un notevole lavoro sul sonoro che pare essere una versione potenziata e senza tagli della webserie che lo ha reso famoso. La scelta di ricreare l’estetica VHS della serie appare però fin da subito pigra, poco coraggiosa nel confrontarsi invece con gli strumenti di ripresa della contemporaneità.

Al di là di questo, l’uso dello spazio e della scenografia surrealista che abbraccia i luoghi perturbanti di un inconscio (lasciamo perdere Lynch per piacere) figlio di una neonata società consumistica (il protagonista d’altronde è un venditore) è centrato, utile a mostrare il prodotto di un mondo governato dall’accumulo di oggetti. Ne nasce però un film che, con il passare dei minuti, appare più preoccupato nel creare sovrastrutture per dare spessore ai personaggi, che a confermare ed esplorare l’identità iconografica di un sottobosco culturale che potrebbe ripetersi ed evolversi per partenogenesi all’infinito.
Ecco perciò che attraverso il personaggio della psicoterapeuta di una sprecata Renate Reinsve, si batte la strada psicoanalitica con tanto di seduta nella realtà ricreata nell’altro mondo che più che una vertigine teorica appare come una sottolineatura con il pennarello rosso volto a spiegare allo spettatore il trauma che affligge il protagonista. Il film sembra incapace di accettare che uno spazio possa essere perturbante senza rappresentare qualcos’altro con il risultato che le Backrooms cessano di essere un’anomalia e diventano il riflesso di un trauma individuale, una scelta che finisce per ridurne la portata immaginifica.
L’orrore viene relegato ai margini, così come le Backrooms stesse, svuotate di quella mitologia spontanea e incontrollabile che le aveva generate. Nel tentativo di trasformare un’immagine nata dal nulla in una proprietà narrativa espandibile, il film addomestica il proprio oggetto portando quella mitologia a vivere altrove, in un’altra realtà: uno spazio ancora libero dalla necessità di spiegarsi, organizzarsi e produrre sequel.
In un mondo, forse, in cui il capitalismo non ha ancora mosso il primo passo.
Voto: 6
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